Un anno diverso (09-01-2008) (09/01/2008)

Un anno diverso
di Cristina Ravanelli

Difficile incontrare qualcuno che, almeno una volta nella vita, non abbia desiderato staccare la spina, prendersi una pausa dal lavoro. E non per raggiungere esotiche località o, più prosaicamente, per riposare, ma per riprendere in mano gli studi interrotti, dedicarsi a una nuova attività formativa, come un master, un Mba, una Summer School, o a un progetto di volontariato. Quello che in pratica viene definito, con una terminologia non proprio corretta, ma molto utilizzata, anno sabbatico. L'idea è più frequente di quanto si pensi, il sogno nel cassetto di molti lavoratori. In realtà, però, pochi passano dalle parole ai fatti. Eppure è possibile e nemmeno così difficile, anche se ottenere il permesso non è sempre scontato.
Grazie alla legge 53 del 2000, infatti, i dipendenti pubblici e privati, che hanno maturato almeno cinque anni di anzianità nella stessa azienda, possono chiedere quello che tecnicamente viene definito congedo formativo, ovvero un'interruzione prolungata nella carriera lavorativa della durata massima di 11 mesi, consecutivi o frazionati. «Il lavoratore può presentare la domanda una sola volta e deve preparare un progetto da sottoporre all'azienda nel quale spiega le ragioni della richiesta, i vantaggi che la società può trarre da questa esperienza e le motivazioni personali che lo spingono a compiere una scelta simile come, ad esempio, la necessità di accrescere le proprie competenze e conoscenze professionali - chiarisce l'avvocato milanese Ornella Vetrone -. Il datore di lavoro può non accogliere la richiesta solo nel caso di comprovate esigenze organizzative. In pratica deve dimostrare l'impossibilità di sostituire il lavoratore perché in questi casi, infatti, non basta motivare il rifiuto con generiche esigenze legate alla pianificazione del lavoro». Quanto alle modalità di fruizione del congedo, esse sono espresse dai contratti collettivi, che individuano le percentuali massime di lavoratori che possono avvalersene contemporaneamente e fissano i termini di preavviso che, in ogni caso, non devono essere inferiori a 30 giorni. I contratti aziendali, a loro volta, hanno la facoltà di migliorare i termini del congedo formativo, per esempio aumentando il numero di mesi di permesso o il numero massimo delle assenze tollerabili.

Ma cosa succede una volta ottenuto il placet dal proprio capo? Spiega l'avvocato: «Il lavoratore potrà assentarsi senza perdere il posto. Durante la pausa, tuttavia, non percepirà lo stipendio. Inoltre questo periodo non è cumulabile con le ferie, con la malattia o con un altro tipo di congedo. E non rientra nemmeno sotto la copertura previdenziale, anche se la legge prevede che il dipendente che abbia più di otto anni di anzianità possa chiedere un anticipo del suo Tfr per coprire le spese». Discorso a parte per i professori universitari. «Solo in questo caso si può parlare di vero e proprio anno sabbatico. Questa categoria può concedersi una pausa di dodici mesi retribuita ogni dieci anni di lavoro, purché il tempo lontano dalle aule venga speso per attività di ricerca o aggiornamento professionale», precisa Vetrone.

Insomma, l'occasione giusta per liberarsi dalla sindrome di burn out, fare un break rigenerante, arricchire il proprio curriculum e ritornare al lavoro più motivati di prima.
Cosa trattiene, allora, manager, quadri e impiegati italiani dal preparare le valigie? Il congedo formativo è uno strumento ancora poco conosciuto e la mancanza di retribuzione per molti può diventare un grosso deterrente. Senza contare altri fattori che entrano in gioco e che certamente non favoriscono l'incremento e lo sviluppo diquesta prassi. Come, per esempio, la paura di attirarsi le invidie e le antipatie dei colleghi.
«Innanzitutto è necessario far capire agli altri che non si tratta di una vacanza - sottolinea lo psicologo Gianluca Antoni -. E' importante avere una forte motivazione, credere in ciò che si fa. Alla base di questa decisione, infatti, deve esserci un progetto ben studiato. Inoltre un altro elemento fondamentale è la comunicazione. Bisogna spiegare ai superiori e ai colleghi il valore aggiunto della scelta e sottolineare il beneficio che la propria esperienza può portare non solo all'interessato, ma a tutti». E conclude: «In fondo un'azienda dovrebbe avere una mentalità plurale e non un approccio egoistico».

 

In libreria
The gap year book
Lonely Planet
24, 50 euro
(solo edizione in inglese)

In rete
- www.voglioviverecosi.com
un sito che raccoglie i racconti di chi ha fatto l'esperienza dell'anno sabbatico
- www.sabbaticalhomes.com
il sito che permette di scambiare la propria casa con un'altra persona che ha deciso di prendersi un anno sabbatico
- www.esl.ch
- www.intercultura.it
sono i siti web di due associazioni che aiutano ad organizzare soggiorni di formazione all'estero
- www.sci-italia.it
per chi vuole saperne di più sul servizio civile internazionale.

L'origine
L'espressione anno sabbatico trae origine dalla tradizione ebraica. Secondo il calendario ebraico, infatti, ogni sette anni cade un anno sabbatico, ovvero 12 mesi durante i quali i campi devono essere lasciati a riposo e i debiti vengono condonati.


Data ultimo aggiornamento: 06/11/2014



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